L’assordante silenzio dell’Europa sulla mancata chiusura dei lager libici

Il governo libico di Al-Serraj non ha mantenuto la sua promessa di chiudere tre lager in cui sono rinchiusi i richiedenti asilo. Gli Stati europei, invece di ricordarglielo, hanno promesso maggiori finanziamenti.

Il 2 agosto, il governo libico di Al Serraj aveva promesso la chiusura di tre lager in cui sono rinchiusi i richiedenti asilo: Tajoura, Misurata e Khoms.

La notizia era stata accolta con favore dalla stampa europea e mediorientale. Quei luoghi non erano stati forse definiti “inumani” dall’ONU solo poco tempo prima? Il lager di Tajoura non era stato bombardato? L’annuncio della chiusura non era quindi una gran bella notizia?

Forse sì. Il problema, è che l’annuncio è rimasto tale: i tre lager rimangono aperti. Nulla è cambiato negli ultimi mesi: le condizioni in cui le centinaia di migranti detenuti sono costretti a vivere restano disumane, le torture quotidiane, stupri sistematici, le malattie epidemiche e le uccisioni arbitrarie impunite.

Gli Stati europei e l’UE hanno mantenuto un assordante silenzio sulla mancata promessa, conseguenza naturale delle loro politiche sui migranti. Infatti, anche se in passato la bocca dell’Europa ha fatto appelli per la chiusura dei cosiddetti centri di detenzione, mani europee continuano a dare al governo libico decine di milioni di euro per deportare i richiedenti asilo in quegli stessi centri.

Il silenzio dell’Europa ci ricorda quindi che i lager fanno parte integrante delle politiche europee sui migranti. L’accordo di Malta raggiunto pochi giorni fa da Italia, Francia, Germania e la stessa Malta ha poi fugato gli ultimi dubbi: l’Europa intende proseguire in questa direzione, e intensificare le deportazioni operate dalla cosiddetta Guardia Costiera libica. Alla chiusura dei centri, naturalmente, nessun accenno.

Gli annunci di chiusura di Al-Serraj si configurano più come un mezzo di pressione politica e diplomatica verso gli Stati europei che come reali promesse. Militarmente in difficoltà nel quadro della guerra civile in corso, per il governo di Tripoli le politiche migratorie sono uno strumento nei negoziati per il supporto europeo.

Se per i governi europei e libico la chiusura dei lager è poco più di uno spauracchio politico, per il diritto internazionale resta però l’unica opzione legale. Le condizioni nei cosiddetti centri di detenzione violano gli standard minimi dei diritti umani e le deportazioni dei/lle richiedenti asilo in Libia sono respingimenti illegali secondo il diritto internazionale.


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