Sei anni dopo il naufragio del 3 ottobre, le guardie costiere europee non lanciano più i soccorsi

Il 3 ottobre 2013, un grande naufragio sconvolgeva l’opinione pubblica europea. Sei anni dopo, la situazione è cambiata solo in peggio: le guardie costiere non lanciano i soccorsi per giorni, facendo annegare centinaia di persone

Esattamente sei anni fa, il 3 ottobre 2013, un naufragio a mezzo miglio dalle coste siciliane uccideva 368 persone. Uno tra i tanti, ma di proporzione più grande degli altri. Abbastanza morti e abbastanza orrore da permeare il dibattito pubblico italiano per qualche giorno.

L’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano parlava di un succedersi di “stragi di innocenti” e di “necessità assoluta di decisioni e azioni da parte della comunità internazionale e in primo luogo dell’Unione Europea“.
Per qualche giorno, il Paese era sembrato scosso: c’erano stati i discorsi addolorati, il cordoglio nazionale, le trombe, le tombe anonime. Poi, silenzio.

Questa ricorrenza ci obbliga a guardare al presente. La domanda da porsi oggi è: cos’è cambiato dal 3 ottobre 2013? Quanti morti in più, quanti funerali senza capi di Stato, ma solo con pochi amici o familiari sopravvissuti? Quante tombe anonime? Quanta ostilità verso i sopravvissuti dei naufragi nell’opinione pubblica italiana?

Le risposte: il clima e le politiche sono cambiate in peggio. I morti in più sono migliaia. L’ostilità è tale che poche decine di persone stremate vengono lasciate in mare per settimane, con il plauso di una parte consistente dell’opinione pubblica. Il 3 ottobre non è solo una triste ricorrenza: è la dimostrazione della colpevolezza di una classe politica che, con devastante coerenza, persegue un progetto politico di stragi di massa.

Negli ultimi 5 anni, circa 15.700 persone sono annegate nel Mediterraneo, circa 800 solo il 18 aprile 2015. Queste, almeno, sono quelle di cui si ha avuto notizia: un numero incalcolabile è morto durante il periodo “salviniano”, quando la cosiddetta chiusura dei porti ha svuotato il Mediterraneo di navi umanitarie. Nessuno sa quante persone siano annegate senza testimoni. Sicuramente, più di 1000 persone sono annegate solo da gennaio di quest’anno: circa 4 al giorno, una ogni 6 ore. Per le politiche migratorie dell’Unione Europea e dell’Italia, non si tratta di “effetti collaterali”, ma di obiettivi raggiunti.

Annegati o deportati

In questi 6 anni, l’Europa ha sviluppato le sue politiche di esternalizzazione delle frontiere. Nel 2016, l’accordo da 3 miliardi di euro con la Turchia. Nel 2017, l’accordo Minniti con la Libia (o meglio, con uno dei tanti “governi” libici), che ha portato alla creazione della cosiddetta Guardia Costiera libica e al suo finanziamento, da parte dell’Europa e dell’Italia in particolare. In parallelo, la campagna di criminalizzazione mediatica e legale delle associazioni umanitarie.

Oggi, la prassi della Guardia Costiera italiana e maltese è di non lanciare le operazioni di soccorso (necessarie per l’intervento di altre navi) e aspettare che arrivi qualcun altro. Preferibilmente, la cosiddetta Guardia Costiera libica. Se non arriva in tempo o non arriva affatto, se i profughi annegano, pazienza: la cosa importante è non vederli, e soprattutto che non mettano piede sul suolo europeo. Gli Stati europei non li vogliono vivi, ma solo annegati o deportati nei lager in Libia.

Questa politica ha già ucciso centinaia di persone, che si vanno ad aggiungere tristemente a quelle già assassinate dalla negazione di vie legali per migrare e dall’omissione di soccorso in mare. Un esempio fra tanti: l’11 ottobre 2013, solo 8 giorni dopo il naufragio del 3 ottobre, 268 persone hanno perso la vita in un altro naufragio. Sessanta erano bambini. Questa volta, però, le persone presenti sull’imbarcazione avevano avvisato la Guardia Costiera italiana che stavano affondando. La risposta, invece di lanciare il salvataggio, era stata di far allontanare l’imbarcazione più vicina, una nave della Marina Militare italiana: per non “stare tra i coglioni [sic] quando arrivano le motovedette [maltesi]”. Nell’attesa, il barcone si era rovesciato.

Il gup di Roma ha recentemente rinviato a giudizio l’ufficiale responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, Leopoldo Manna, e il comandante della sala operativa della Squadra navale della Marina, Luca Licciardi, per questo naufragio. Molti altri, però, restano impuniti, e molti altri ne avverranno. Ogni giorno la piattaforma di monitoraggio del Mediterraneo Alarm Phone riceve chiamate da imbarcazioni in procinto di naufragare, delle quali comunica tempestivamente la posizione alle Guardie Costiere italiana e maltese. E molto spesso, troppo spesso, le Guardie Costiere non intervengono per ore o giorni, lasciando affondare le imbarcazioni.

La preferenza per le intercettazioni della cosiddetta Guardia Costiera libica rispetto al salvataggio delle vite umane è stata recentemente messa nero su bianco nella bozza dell’Accordo di Malta, tra Francia, Germania, Italia e la stessa Malta. Il testo della bozza, intriso di sospetto verso le associazioni umanitarie, prevede che si “rafforzino le capacità delle Guardie Costiere di Paesi della sponda sud del Mediterraneo“, e ordina alle ONG di “non ostacolare le operazioni di ricerca e salvataggio di imbarcazioni ufficiali delle guardie costiere, compresa la Guardia Costiera libica“.

In poche parole: la precedenza alle deportazioni, anche se illegali secondo il diritto internazionale.

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