“Salvate il mio contatto. Ho paura che lo ammazzino”.


E’ ancora nelle loro mani e temo che lo ammazzino.

Chiedo a Helpcode di salvare la vita al mio amico.

Il motivo delle torture è altrettanto sconvolgente: le guardie hanno scoperto che il ragazzo aveva fornito informazioni ad attivisti e giornalisti. Tra cui io? Non lo so.

Però ho deciso di rivelare immediatamente cosa mi stava raccontando. Il ragazzo sosteneva che il sistema di aiuti al campo di Tajoura, quegli aiuti costati milioni di euro all’AICS con il bando Minniti e i seguenti, serviva solo ad arricchire le guardie. Che nulla o quasi nulla arriva realmente ai rifugiati.

Qualche mese fa ho parlato sul mio blog (https://saritalibre.it/centri-detenzione-libici/)  di un’intervista che l’associazione Helpcode aveva rilasciato alla blogger di estrema destra Francesca Totolo. Valeria Fabbroni, responsabile di Helpcode per i progetti in alcuni campi governativi libici, tra cui Tajoura, aveva dichiarato alla Totolo: “Non abbiamo mai testimoniato né osservato, nemmeno tramite i nostri collaboratori che sono nei Centri di detenzione governativi libici ogni giorno, casi di tortura”.

Helpcode aveva poi precisato che le parole della Fabbroni “fotografano la situazione unicamente dei centri di detenzione governativi in cui la nostra organizzazione è impegnatanon di tutti i centri di detenzione libici”.

In seguito a questo mio articolo molti rifugiati mi contattarono raccontando di essere stati torturati o di aver assistito a torture di altri proprio nei campi dove Helpcode era operativa. Uno di questi è proprio il ragazzo torturato oggi.

Erano tutte, chiaramente, testimonianze che non avevo modo di provare o di verificare. Io ve le sto solo riportando.

Un mese fa l’associazione Helpcode Italia (ex CCS) ha pubblicato questo tweet

Il ragazzo oggi in pericolo mi ha scritto cose sconvolgenti sul giorno della consegna di questi aiuti.

Ha raccontato che i rifugiati di Tajoura sono stati obbligati dalle guardie al lavoro forzato per scaricare i camion di Helpcode e che hanno dovuto  portare tutto nello spaccio delle guardie, dove le stesse guardie lo hanno messo in vendita. Sosteneva che il 21 e 22 aprile solo alcune coperte e scarpe di Helpcode fossero stati dati a 20 tra donne e bambini, per fare le foto che vedete nel tweet di Helpcode. Il resto sarebbe  finito nello store della polizia.

Lo spaccio delle guardie, secondo lui, sarebbe un enorme magazzino dove vengono portati anche tutti gli oggetti rubati ai rifugiati, soprattutto i telefoni cellulari. Tutto viene poi rimesso in vendita.

Quando me lo ha scritto, io ho pensato al “Canada” di Auschwitz.

Il ragazzo mi stava dando il prezzario. Un telefono cellulare, ad esempio, costa circa 250 euro. Le guardie rubano e rivendono in continuazione i telefoni ai rifugiati. Pare che per la polizia questo sia un introito fisso.

Il ragazzo ora è ancora nelle mani delle guardie, lo stanno ancora torturando e io sono preoccupatissima che lo uccidano.

Mi appello all’associazione Helpcode, che ha spedito i camion e ha controllato la loro consegna attraverso le foto satellitari. 

Con questa lettera non voglio attaccare Helpcode, che anzi credo sia ignara dell’accaduto. Credo che il 21 e il 22 aprile nessuno di Helpcode fosse fisicamente a Tajoura e che quindi nessun italiano sia stato testimone di lavori forzati e furti (altrimenti lo avrebbero denunciato). 

Il direttore di Helpcode ha recentemente promesso a Le Iene che avrebbe effettuato maggiori controlli sulle sue consegne.

Con questa lettera voglio informare Helpcode di ciò che accade a Tajoura e chiedere il suo aiuto per salvare la vita al mio amico.

Helpcode, come CESVI, Emergenza Sorrisi ed altre delle associazioni che hanno preso i soldi dell’AICS, ha più volte dichiarato di collaborare molto bene con il direttore delle guardie dei centri dove sono operativi.

Mi appello quindi a Helpcode che conosce e collabora con il direttore del campo di Tajoura: che lo contatti immediatamente, che gli chieda di risparmiare la vita del mio amico!

Mi appello al Parlamento italiano

che faccia luce sulla vicenda e che chieda alla Libia l’immediata liberazione ed evacuazione del mio amico, che è solo un ragazzino, un ragazzino coraggioso che ha voluto raccontare ciò che accade nel lager di Tajoura!

E che chieda l’immediata evacuazione di tutte le persone che stanno mettendo la propria vita a rischio per denunciare le condizioni nei lager libici.

Sarita – Josi & Loni Project

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