Aiuto chiesto con troppa veemenza

Vi ricordate della Vos Triton, dei migranti a bordo che erano sospettati di avere scatenato una rivolta per essere portati in Italia, quando si sono accorti che la nave voleva riportarli verso sud? Vi ricordate che il procuratore aggiunto di Agrigento, Salvatore Vella non aveva rilevato alcuna rivolta?

Oggi parliamo del caso Vos Thalassa… nel luglio 2018, alcuni migranti tennero condotte violente per impedire ai membri dell’equipaggio dell’imbarcazione che li aveva soccorsi di consegnarli alla Guardia costiera libica. Che è accaduto? Il comandante, da prassi, si era rivolto al MRCC Roma (Centro nazionale di coordinamento del soccorso marittimo) che aveva detto loro di chiamare la guardia costiera libica ma i libici non risposero alla richiesta di contatto, se non molto dopo, quando il MRCC Roma aveva già ordinato di dirigersi verso Lampedusa. Il MRCC Roma ordina, poi, di seguire le indicazioni dei libici ed il rimorchiatore volge verso sud. Uno dei migranti nella notte se ne rende conto e ne scaturisce uno stato di concitazione tra i migranti che si dirigono in gran numero verso il marinaio di guardia, chiedendo – in maniera agitata – di poter parlare con il comandante o con un ufficiale.  La richiesta dei naufraghi soccorsi è quella di invertire la rotta e di non essere ricondotti in Libia. Ci sono stati spintoni e strattonamenti, “minacce di morte, in particolare, mimando il gesto del taglio della gola”: mentre i marinai del Vos Thalassa interpretarono il gesto del taglio della gola come una minaccia rivolta al loro indirizzo, alcuni naufraghi presenti a bordo del rimorchiatore hanno precisato che, con quel gesto, essi volevano rappresentare ai marinai il rischio che i migranti avrebbero corso in caso di loro riconsegna ai libici. Il comandante segnalò la situazione di pericolo alle autorità italiane che, infine, inviò sul posto un’unità navale della Guardia costiera italiana (la motonave Diciotti) che, imbarcati i migranti a bordo, li condusse in Italia. Due ragazzi vennero accusati di rivolta e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e rimasero 10 mesi in carcere. Poi vennero assolti dal GUP di Trapani, per legittima difesa, perché veniva violato un loro diritto ossia quello di non essere consegnati alle autorità di un Paese in cui i loro diritti fondamentali sarebbero stati posti a repentaglio. Ma poi dalla Corte d’Appello di Palermo la sentenza fu ribaltata: 3 anni e 6 mesi per i due accusati. L’armatore della nave ha escluso ogni forma di dirottamento. Ma la questione è stata cavalcata fin dall’inizio dalla propaganda sovranista.

Ora, nei tribunali si stanno discutendo le modalità in cui è stata perorata una richiesta di aiuto. Ma le modalità sono legate alla disperazione di chi chiedeva di parlare con chi in carica, affinché non lo riportasse all’inferno. Si può discutere se abbiano sputato o spinto o urlato ingiurie o fatto gesti equivoci, ma quello che si evita di guardare è la disperazione nei loro occhi. Non si tratta della rivolta dei passeggeri di un aereo costretto ad atterrare in un aeroporto diverso da quello previsto, per un danno alla pista (un evento fastidiosissimo). Si tratta di persone che non vogliono tornare nell’inferno da cui sono fuggiti e non capiscono come noi non sappiamo di stare riconsegnandoli ai carcerieri di quell’inferno.

La cosiddetta guardia costiera libica spinge le persone a partire con barche di fortuna chiedendo soldi per l’imbarco e poi spara alle persone che hanno messo in mare, quando li “soccorre” li rivende ai capetti dei centri di detenzione che poi li torturano ed estorcono soldi alle loro famiglie se vogliono che smettano o che li liberino, mi dice un migrante. Cose che si sanno. Non che sanno solo loro, che sanno tutti, anche i nostri Parlamentari e Onorevoli Senatori. Dov’è il loro onore, nel trattare con criminali?

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