Appello: JLP chiede alla senatrice Liliana Segre di far sentire la sua voce in Parlamento contro l’indifferenza e fermare le morti in mare

Gentile Senatrice Segre,        

Lei ha ragione quando teme per il futuro del nostro Paese e dell’Europa.

Lei ha ragione quando teme che nel momento in cui la morte si sarà presa l’ultimo testimone della Shoah, il negazionismo avrà vita facile.

Lei ha ragione quando teme che il passato si possa ripetere.

Lei ha ragione, ma ha anche torto perché il passato è già qui, e quegli orrori si stanno ripetendo.

Gli accordi Italia-Libia sono la dimostrazione che l’Italia e l’Europa sono animati da quell’indifferenza verso la condizione umana di popoli diversi, che lei conosce bene e di cui ha tanto parlato. Questa consapevole atarassia, mancanza di empatia, questo asettico calcolo dei numeri, unito alla consapevolezza dell’incapacità a saper gestire il flusso migratorio di profughi e migranti, ha portato a politiche criminali e al completo dispregio dei diritti umani. Siamo tornati indietro nel tempo, abbiamo vanificato tutti gli sforzi fatti al termine del secondo conflitto mondiale.

La storia si ripete ed è qualcosa di molto simile a ciò che lei ha vissuto.

Ogni anno l’Italia e l’Europa celebrano il giorno della memoria, mentre in Libia, nei cd. centri di detenzione succede qualcosa di non molto diverso di quello che accadeva nei lager nazisti. L’unica colpa di queste persone e di questi popoli è quello di migrare in cerca di una vita migliore, o scappare da guerre, o ancora da regimi dittatoriali.

Un ragazzo quindicenne, Sid, abbandonato persino dalle associazioni umanitarie sui pavimenti dei c.d. centri di detenzione libici, ci ha scritto che preferisce morire in mare anziché essere deportato nuovamente in Libia.

In Libia il rispetto dei diritti umani è stato completamente cancellato, perché migranti e profughi sono considerate “non persone”, o “sub-persone”, un concetto che lei conosce molto bene. La dignità umana degli africani è stata completamente cancellata: 1400 persone ammassate insieme che condividono una sola latrina.

I carcerieri dei centri di detenzione torturano per divertimento e tengono in agonia i migranti solo per utilità economica, stuprano gli uomini per annichilire qualsiasi residuo di orgoglio. Questi carcerieri, finanziati dall’Italia e dall’Europa, usano gli esseri umani come scudi per proteggere i loro depositi di armi, o li arruolano per la guerra in atto, in cambio della promessa di libertà.

Ancora una volta l’unica colpa di queste persone detenute è di essere clandestini, migranti privi di documenti. Non dimentichiamo che la Libia non ha mai ratificato la Convenzione sui rifugiati del 1951, ed è a questo Paese che l’Italia ha delegato il contenimento dei flussi migratori.

In Libia, nei Balcani o al confine della Turchia (pagata profumatamente dall’Europa per contenere l’esodo dei profughi siriani che vedono nell’Europa l’unica via di salvezza ad una guerra che dura da anni) si sta consumando un’enorme tragedia umana e le istituzioni parlamentari nazionali ed europee rispondono con l’indifferenza, impedendo loro l’accesso a l’unica via di salvezza. Queste politiche hanno completamente bruciato i valori di solidarietà ed accoglienza nati dopo la seconda guerra mondiale, distruggendo i valori fondanti della civiltà italiana ed europea.

Completamente bruciato. Dal greco holos (intero) e Kaustos (bruciato): olocausto.

La situazione è notevolmente peggiorata con il Covid-19. Il 7 aprile 2020 un decreto interministeriale ha disposto che, per l’intero periodo di durata dell’emergenza sanitaria nazionale derivante dalla diffusione del virus COVID-19, i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per la classificazione e definizione di luogo sicuro. Insomma, non solo i decreti sicurezza non sono stati né modificati né abrogati, ma si continua, chiudendo i porti in nome dell’emergenza, a violare i principi fondamentali del diritto internazionale e della nostra Costituzione. Le condizioni sulle navi di salvataggio sono conosciute, i rischi di contagio e morte altissimi. Le persone continuano a partire, lo hanno fatto anche quando non c’erano Ong in mare, lo continuano a fare. Perché? Perché ancora una volta è meglio rischiare la morte in mare piuttosto che vivere gli orrori libici.

Ora più che mai voltarsi dall’altra parte è una scelta. Ed è, purtroppo, la scelta dell’Italia e dell’Europa.

L’obbiettivo in questo periodo è tutelare prima di tutto il diritto alla salute, lo si è fatto anche limitando la libertà dei cittadini. Non si è disposti, però, a tutelarlo oltre i confini nazionali. Le emergenze sanitarie come questa colpiscono tutti, ma chi ci rimette più degli altri sono sempre i più deboli e intanto passa l’idea che tra “cittadini” e “persone” ci sia una differenza, che gli uni valgano più degli altri.  Sono passati due mesi dall’inizio dell’emergenza e non si è pensato ad una soluzione umana che possa impedire un ulteriore aumento delle morti in mare e garantire il diritto alla salute di persone che scappano da guerre e crimini atroci. Non ci sono giustificazioni.      

E ancora la situazione è tragica anche per chi è già qui e lotta contro la burocrazia per ottenere i propri diritti: sono state sospese le audizioni davanti alle Commissioni territoriali, le udienze sono state rinviate, i termini di impugnazione e i procedimenti amministravi sospesi e gli uffici immigrazione chiusi.

Gentile Senatrice, il collettivo “Josi and Loni project” crede fermamente che sia necessario sentire e combattere qualsiasi ingiustizia, commessa contro chiunque, in qualunque parte del mondo, soprattutto se queste ingiustizie vengono perpetrate con l’avallo di un Paese che si ritiene civile. La sua voce può essere molto di più della voce della memoria, può essere anche un monito a fermare l’olocausto africano, siriano, che si sta svolgendo in questi anni, può essere la voce di un olocausto presente.

La preghiamo di portare in Parlamento questa voce. Siamo a conoscenza delle difficoltà che il nostro governo sta affrontando a causa dell’emergenza, ma questa non deve essere una scusa per liquidare un problema (peraltro gestito male per anni) di questa portata, per avere sulla coscienza ancora altre morti, per voltare la faccia dall’altra parte quando si sta alzando una richiesta di aiuto. La preghiamo di chiedere, in questo mare di indifferenza un segnale, un impegno serio e deciso a scongiurare ulteriori morti in mare, a difendere i più deboli.  

O torniamo ad essere umani tutti insieme, come una sola grande famiglia, oppure l’indifferenza vincerà la guerra contro l’empatia e sarà un baratro nel quale precipiteremo tutti insieme. E la solidarietà e l’eroismo di cui tanto ci riempiamo la bocca in questi giorni sarà, per l’ennesima volta, solo ipocrisia.

Grazie,

Josy & Loni Project

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