Armi italiane per accecare il risveglio in Cile

IL RISVEGLIO IN CILE

Dal 25 ottobre 2019, il Cile sta lottando per il proprio risveglio. Il risveglio da un incubo troppo lungo per essere sopportato. Un incubo iniziato 1’11 settembre 1973, con l’assassinio (morale, se non anche materiale) del presidente Salvador Allende. Il golpe portò Augusto Pinochet, già responsabile di ripetute e sistemiche violazioni dei diritti umani, a guidare la dittatura militare fino alla sua fine l’11 marzo 1990. Tuttavia i mostri, prodotti da quel trentennale sonno della ragione, sono ancora radicati nella vita odierna del Cile.

Il 25 ottobre 2019 – con la protesta scatenatasi in seguito all’aumento dei prezzi della metropolitana (fondamentale per gli spostamenti di lavoratori e studenti) — il Cile ha iniziato a dire BASTA! Basta alle politiche neoliberiste ereditate dai “Chicago boys” e permeate nei gangli della Costituzione di Pinochet (1980). Costituzione che sostanzialmente, impone allo Stato di farsi garante dello sfruttamento dei molti a favore di pochi capitalisti. Per fare un esempio – in seguito a questa mentalità in cui l’essere umano, la natura e il territorio diventano mezzi funzionali al fine del capitale — il Cile è l’unico paese al mondo in cui anche l’acqua, la fonte stessa della vita, è proprietà privata. (Codigo de Agua, 1981)

Il liberismo sfrenato è una venefica corrente culturale a cui si rifà a piene mani Piñera. Da oltre un anno, nonostante ipocriti accordi per rimanere al potere, i manifestant* di Plaza de la Dignidad, gli student*, le comunità indigene, chiedono la sua “renuncia “.

La risposta di Piñera è stata ed è la repressione. La vicenda di Gustavo Gatica, studente accecato dai carabineros nel novembre 2019, è una delle più conosciute. I “carabineros” sono protagonisti di abusi di potere (spesso documentati), torture, stupri e omicidi. Crimini causati dall’uso eccessivo e illegittimo della forza già da prima del cosiddetto “estallido social”.

UN PO’ DI STORIA

I rapporti tra l’Italia e il Cile sono degni della tradizione da Giano bifronte dei nostri governi (sia monarchici, sia repubblicani). Il governo Moro fu l’unico, in Europa occidentale a condannare il golpe del 1973

Tuttavia, a quanto emerge dalle carte desecretate dalla CIA nel 1999, in realtà, Moro e Rumor avrebbero volentieri riconosciuto il dittatore. La DC temeva però la reazione del PCI del PSI e del PSdI. La paura era che l’esempio democratico di una via per il socialismo, come quella sperimentata da Allende, potesse trovare sbocco anche in Italia. Si decise quindi di offrire asilo politico a molti esuli cileni e ufficialmente condannare il colpo di stato.

La società civile e la cultura italiana (memorabile la partecipazione solidale di Gian Maria Volontè, riportata anche nel documentario “Santiago, Italia” di Nanni Moretti), si schierarono dalla parte del Cile democratico e a sostegno degli esuli. Il governo democristiano invece si interessò soprattutto a non infastidire più di tanto l’alleato nordamericano.

Nel frattempo in Cile, l’autore del fallito golpe fascista italiano — il principe Junio Valerio Borghese, già comandante della X° MAS ed ex presidente del Movimento Sociale Italiano — veniva ricevuto con tutti gli onori da Pinochet alla “Moneda”. Mentre in Italia, le alte sfere del SID, si preoccupavano di controllare i movimenti degli esuli. Probabilmente, se avessero concentrato le loro attenzioni sul “mutualismo nero” e sui rapporti tra la DINA e i neofascisti italiani, avrebbero potuto evitare l’attentato subìto, in Italia, dall’esule e oppositore di Pinochet, Bernardo Leighton.

Queste sono storie del passato, che varrà la pena approfondire in un’altra occasione. Ci interessa però constatare una certa empatia, una corrispondenza di armati e militari sensi tra Italia e Cile.

LE ARMI DI PINOCHET

Non ci sono dati certi sulle forniture di armi italiane alla giunta militare di Pinochet. È evidente che l’embargo, deciso dagli USA nel 1976, era una farsa. Fu Israele a sostituire gli Stati Uniti nell’export di armi. Fu sempre Israele a occuparsi del rafforzamento della marina cilena con la vendita, nel 1979, di una coppia di SAAR IV con missili Gabriel e cannoni da 76 italiani.

In ogni caso, dopo la dittatura, Pinochet non uscì di scena ma rimase fino al 1998 comandante in capo dell’esercito. Un esercito che tra i suoi armamenti poteva contare su obici italiani da 105mm (fabbricazione OTO-MELARA) e mitragliatrici Beretta MG42/59. Le suddette armi – è corretto specificarlo – potevano benissimo essere state vendute anche prima dell’avvento di Pinochet.

LEGGE 185/1990

Dal 1990 l’Italia si è dotata della legge 185. L’obiettivo era quello di disciplinare l’export militare, con particolare attenzione ai paesi in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito. Come riporta la Rete Italiana per il disarmo, il nostro paese non applica sempre correttamente la propria stessa legge. Il caso dell’Egitto (nostro primo “cliente” nonostante le vicende di Giulio Regeni e Patrick Zaki) è forse il più eclatante. In Messico, le gravi responsabilità dei governi italiani e dell’azienda Beretta nelle violenze della polizia, sono state documentate da una recente ricerca pubblicata dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (OPAL) di Brescia (puoi leggerlo qui).

E IN CILE?

Nonostante il diritto internazionale esiga che le armi da fuoco con munizioni potenzialmente letali (compresi i proiettili di gomma) siano usate solo in casi eccezionali, quando vi sia un immediato pericolo per la vita o l’incolumità di una persona e comunque a condizione che si causi il minor danno possibile, Amnesty International ha registrato l’uso costante dei fucili a pallettoni nel corso delle proteste. Oltre al caso di un manifestante ucciso a colpi d’arma da fuoco, Amnesty International ha documentato 14 casi di danni all’integrità fisica – sette dei quali implicanti lesioni oculari irreparabili – e ha verificato attraverso le immagini quasi 20 operazioni di questo tipo. 1 carabineros hanno usato fucili Benelli M3 ed Escorts Aimguard con munizioni potenzialmente letali in modo ingiustificato, generalizzato, indiscriminato e mirando alla testa.

Fonte Amnesty International

Dall’insediamento di Piñera (marzo 2018), l’esportazione di armi italiane in Cile è sensibilmente cresciuta (qui i dati della relazione presentata in Senato). A farla da padrone è sempre la holding Beretta. Il governo italiano sa, dovrebbe sapere o quanto meno sospettare che l’utilizzo delle armi vendute al Cile di Piñera, è poco consono alla legge 185/1990. A dirlo è proprio il comandante in capo dell’esercito cileno – Ricardo Martìnez – che in una registrazione effettuata a sua insaputa nel 2018 affermava:

«Abbiamo informazioni che ufficiali e sottufficiali siano implicati nell’acquisto di armi attraverso canali legali, che poi fingono di averle smarrite, ma in realtà ciò che stanno facendo è venderli a gruppi di spacciatori di droga, criminali», ha detto Martinez ai suoi uomini non sapendo di essere registrato.

Fonte Left. it

Autorizzazioni rilasciate da UAMA per esportazioni di armi e sistemi militari italiani
Autorizzazioni rilasciate da UAMA per esportazioni di armi e sistemi militari italiani, 2019

TERRORISMO DI STATO

Il 14 novembre 2018, il “Comando Jungla” dei carabineros, (divisione che Piñera ha inviato nella Wallmapu per reprimere le giuste rivendicazioni delle comunità mapuche), uccise il ventiquattrenne agricoltore Camilo Catrillanca.

Il culmine delle violazioni dei diritti umani sono comunque state raggiunte dall’ottobre del 2019 in poi. In questo thread di Giorgio Beretta (analista dell’Osservatorio OPAL di Brescia), è documentato l’utilizzo di fucili Benelli Supernova, prodotti dalla Beretta, nella repressione delle proteste. Sia i Supernova che i fucili Benelli M3 Tactical, in dotazione ai carabineros, sono le armi che stanno letteralmente “accecando” le/i manifestant* di Plaza de la Dignidad.

Le cartucce da 12 mm, sparate anche dai fucili Beretta, sono composte solo per il 20% da gomma. Il restante 80% è un mix di solfato di bario, silice e piombo. Mentre Amnesty International e HRW continuano a documentare le violazioni dei diritti umani, il nostro governo autorizza l’esportazione di armi verso il Cile.

E L’ITALIA?

Da cittadino italiano mi sento responsabile. Non posso accettare in silenzio che armi prodotte in Italia siano utilizzate contro le comunità mapuche, contro i/le cilen* che lottano per il riconoscimento di una costituzione democratica. Una costituzione scevra dall’influenza della dittatura militare di Pinochet.

La viceministra per gli affari esteri e la cooperazione internazionale, Marina Sereni, è stata in Cile nel periodo delle proteste. Prima della sua visita, in questa audizione, parla di vicinanza al popolo cileno ma mette le mani avanti. Si sofferma sulle colpe di violenti infiltrati e sugli atti di sciacallaggio nelle proteste. Passano in secondo piano le diseguaglianze sociali di quello che è un “paese stabile e in crescita economica.”

La viceministra, elogia le misure prese da Piñera, arrivando a sottolineare il suo “chiedere perdono” e la sua “volontà di cambiamento”.

YO APRUEBO

Continueremo a documentare i crimini dei carabineros e a chiedere al governo italiano, e alla viceministra Sereni, la necessità di rivalutare le autorizzazioni alla vendita di armi al governo Piñera. Lo faremo nelle forme di aggregazione e sensibilizzazione che i nostri spazi ci consentono.

Sono sinceramente preoccupato che le armi, fabbricate in Italia, possano essere usate, oltre per le brutalità di cui siamo a conoscenza, anche per influenzare negativamente il processo democratico che interesserà il Cile nei prossimi mesi.

Il collettivo Josi and Loni project incontrerà, il prossimo 16 gennaio, l’associazione Chile despertò Italia e la Red de Mujeres Mapuche per parlare del cammino costituente e dell’attualità delle lotte in Cile.

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