Caleidoscopio e l’arte di osservare l’umanità

Caleidoscopio: cosa è “bello”?

La parola caleidoscopio è un’eredità, donata a tutti gli esseri umani, dell’immensa cultura che ha reso Magna la Grecia. In parole povere significa osservare il bello. E io che essendo figlio di quella bellissima, suadente, amata e odiata madre – che è Reggio Calabria – non potevo evitare di soffermarmi a riflettere sul mio essere magnogréco. Un sottomondo dei sottomondi che mi compongono. In quanto frutto meticcio dei casi e della storia come avrebbe scritto il mio amato Leonida Rèpaci.

La poesìa è azione

Ma qual è la relazione tra l’introduzione che hai appena letto e le tematiche affrontate su questo sito? La risposta è proprio nella mescolanza di culture che oggi come in passato, anima e arricchisce Reggio Calabria. Ogni città è una interpretazione di azioni quotidiane e in quanto tale è poesìa.

Una cosa che mi piace fare è soffermarmi sull’origine e il significato delle parole. Tu, per esempio, ti sei mai chiesta/o cosa significa poeṡìa?

Poesìa significa fare. In questo senso tutti noi facciamo. In quanto protagonisti e sceneggiatori dei nostri atteggiamenti siamo tutti poeti, e tutti possiamo scegliere se fare buone o cattive poesìe.

La bellezza è intorno a noi

Quante poesìe puoi osservare se guardi il mondo con una lente caleidoscopica? Quanto riesce, un impercettibile movimento della lente stessa, a fondere immagini e sensazioni? Come se il calore di una lavalamp modificasse, in un continuo movimento, la densità del nostro essere; mescolandolo a ciò che i nostri occhi, bevendo la realtà, ci regalano.

Caleidoscopio

Ho imparato la dignità da un ingegnere egiziano, immigrato e sporco di farina sottocosto.

Lo guardavo ammirato mentre – come un genio della lampada – trasformava per i suoi figli il tragitto di un numero 7 fetente, cigolante e logorante in un viaggio su un tappeto volante con le frange color speranza e per capolinea…la semplicità.

Ho deciso di imparare la gioia dell’onesta fatica, il premio di una birra amica, su una Panda bianca dell’87.

Con lo chassis inerte
tenuto insieme da polvere di calce impastata col sudore.

Invece di sceglier di vivere da cicala – lavorar per la mala – girar su un X5 splendente e roboante
aromatizzato di Montecristo, parcheggiato con le 4 frecce sulle strisce pedonali.

Con lo chassis inerte
tenuto insieme da Mojito e … un altro tipo di calce.

Ho visto la felicità impaurita in una ragazza – figlia di 3 anni
che chiedendo il solletico rideva a crepapelle.

Sotto gli occhi diffidenti della sua bambina – madre di 17 anni
troppo ferita per fidarsi della bontà degli uomini.

Daniele Fiorenza

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