Eritrea, una dittatura dimenticata

L’Eritrea, un piccolo Paese dell’Africa orientale affacciato sul Mar Rosso, è sede di una delle più longeve e repressive dittature al mondo

Da quando ha conquistato l’indipendenza dall’Etiopia nel 1993, dopo più di 30 anni di guerra, l’Eritrea è di fatto una dittatura totalitaria nelle mani dell’unico Presidente Isaias Afwerki. Nel 1998 è scoppiata una nuova guerra con l’Etiopia per dispute territoriali, i cui combattimenti sono terminati nel 2000 ma il cui accordo di pace è stato firmato solo nel 2018. 

Il Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Eritrea è tra i più bassi al mondo e la sua economia si basa principalmente su agricoltura, allevamento e pesca. L’Italia è uno dei maggiori partner commerciali. 

L’Eritrea è agli ultimi posti per la libertà di stampa e non esistono organi di informazione indipendenti, ma solo fonti controllate dal governo. Ugualmente, non esiste un sistema giudiziario indipendente ma è anch’esso sotto il controllo del Presidente. 

L’UNHCR stima che ci siano tra i 500 e i 750.000 rifugiati e richiedenti asilo eritrei che vivono al di fuori del loro Paese (la maggior parte nei campi profughi in Etiopia e Sudan), su una popolazione di circa 5 milioni; nel 2015, circa 5.500 minori non accompagnati eritrei hanno richiesto asilo in Europa, il 6% di tutti i minori non accompagnati richiedenti asilo in Europa in quell’anno

Ma cosa spinge i giovani eritrei a scappare dal loro Paese? Si possono individuare sei principali motivazioni, tutte riconducibili a gravi violazioni dei diritti umani

  1. Servizio militare indeterminato e lavori forzati: rappresentano la ragione principale di fuga. Ogni eritreo o eritrea che abbia più di 18 anni e fino all’età di 50 anni (tranne in caso di maternità per le donne o grave malattia) deve prestare il servizio nazionale, che dovrebbe durare 18 mesi ma è in realtà a tempo indeterminato. Durante questa leva obbligatoria e illimitata, le persone sono sfruttate a scopo civile, in agricoltura o per la costruzione di strade, palazzi, infrastrutture, etc. 
  2. Libertà di spostamento: ogni eritreo che abbia più di 18 anni e fino all’età di 50 anni non può spostarsi da una città all’altra del suo Paese senza un permesso rilasciato dal Ministero della Difesa. Inoltre, è estremamente difficile ottenere un passaporto e viaggiare all’estero all’interno di questa fascia d’età. Anche gli ingressi turistici degli stranieri sono strettamente controllati e i permessi turistici per visitare alcune zone sono accordati arbitrariamente. 
  3. Arresti irregolari e detenzione arbitraria: chiunque esprima un’opinione politica o pratichi una religione non approvata, giornalisti, politici e attivisti, possono essere arrestati e detenuti senza un regolare processo e senza poter consultare un avvocato o contattare i propri familiari. La detenzione è indeterminata, i detenuti sono solitamente sottoposti a tortura e nella maggior parte dei casi si perdono le loro tracce. Human Rights Watch ha stimato che in Eritrea ogni divisione o sub-unità dell’esercito abbia una prigione e ogni stazione di polizia abbia una struttura per detenzione/interrogatorio. 
  4. Libertà religiosa: in Eritrea, le uniche religioni approvate sono Islam e Cristianesimo ortodosso, protestantesimo e cattolicesimo. Tutte le altre religioni sono vietate (pentecostalismo, testimoni di Geova, etc.) e la loro professione può portare all’arresto. Per saperne di più sul tema Libertà religiosa in Eritrea “La nostra identità è Gesù Cristo” a cura di Osvaldo Constantini.
  5. Libertà d’informazione: in Eritrea non esistono fonti di stampa indipendenti, l’unico canale televisivo è quello di stato, internet raggiunge solo l’1% del Paese, per ottenere una carta SIM si deve chiedere l’autorizzazione all’amministrazione locale e l’unico fornitore di servizi telefonici è statale e strettamente controllato dal governo. Nel 2001, dopo la fine dei combattimenti con l’Etiopia, tutti i mezzi di informazione indipendenti sono stati chiusi e numerosi giornalisti arrestati (di molti non si hanno più notizie fino a oggi), e da diversi anni anche i giornalisti stranieri hanno lasciato il paese a causa delle censure e intimidazioni. Da diversi anni, Reporters Sans Frontières classifica l’Eritrea all’ultimo o penultimo posto per la libertà di stampa, allo stesso livello della Corea del Nord. 
  6. Governo e Costituzione: dall’indipendenza dall’Etiopia nel 1993, nel Paese non si sono mai svolte elezioni, c’è un solo partito, non c’è un Parlamento e non esiste la Costituzione (è stata scritta nel 1997 ma non è mai stata applicata); il governo e tutti i poteri, compreso quello giudiziario, sono in mano all’unico capo politico, il Presidente Isaias Afwerki. 
Giovani donne prestano servizio militare a tempo indeterminato

Per quanto riguarda il servizio militare, è stato istituito nel 1995 quando è stata lanciata la prima chiamata alle armi volontaria: all’inizio era suddiviso in 6 mesi di addestramento militare seguiti da 12 mesi di servizio militare o civile e lo stipendio mensile ammontava a 50 nacfa (corrispondenti a circa 3$). Nel 1998, allo scoppio della guerra con l’Etiopia, la leva militare è diventata obbligatoria e a tempo indeterminato, ed è rimasta così fino ad oggi: parte della popolazione (coloro che non sono fuggiti) è coscritta da allora, anche a seguito del cosiddetto “programma di sviluppo economico e sociale”, introdotto nel 2000 alla fine della guerra con l’Etiopia e basato su coscrizione indefinita e lavori forzati. Dal 2003, l’addestramento inizia durante l’ultimo anno di scuola superiore, che viene svolto da tutti gli studenti nell’isolata accademia militare di Sawa: alla fine dell’anno, chi supera l’esame finale viene indirizzato a corsi di istruzione universitaria dislocati in varie Facoltà sparse per il Paese (l’unica Università del paese, quella di Asmara, è stata chiusa nel 2000), mentre gli altri vengono coscritti per il servizio militare indeterminato. Chi tenta di sfuggire al servizio nazionale viene arrestato o ucciso.

Lo stipendio mensile di un militare è di 150 nacfa, corrispondente a circa 9$ e completamente insufficiente al sostentamento (per fare un paragone, un kg di zucchero costa 50 nacfa, un kg di pomodori 40 nacfa, un pollo 200 nacfa, una pecora 3000 nacfa). Ultimamente, lo stipendio è stato aumentato a circa 400 nacfa, ma continua a non essere sufficiente, particolarmente in caso di famiglia a carico: specialmente in città, è frequente incontrare donne o anziani che chiedono l’elemosina. Inoltre, si ha diritto a una sola licenza di due settimane ogni sei mesi, con conseguente disgregazione familiare. Le donne non madri che svolgono il servizio militare sono spesso vittime di violenza da parte dei loro superiori. Le attività commerciali sono gestite da persone che hanno superato i 50 anni e quindi sono state congedate o da stranieri, mentre le donne madri lavorano principalmente in fabbrica o nel settore terziario. 

La repressione politica è talmente forte da arrivare anche oltre confine: secondo un recente rapporto di Amnesty International, anche gli oppositori del regime che hanno trovato rifugio all’estero subiscono minacce e intimidazioni da parte di sostenitori del governo. Sono inoltre frequenti le ritorsioni verso i familiari dei rifugiati rimasti in Eritrea: uno dei casi più noti è quello, denunciato da diverse organizzazioni per i diritti umani, della giovane Ciham, arrestata nel 2012 all’età di 15 anni e detenuta da allora senza che se ne abbiano più notizie. La giovane è figlia dell’ex-Ministro dell’Informazione Ali Abdu Ahmed, fuggito in Australia a seguito di un dissenso con il Presidente Afwerki, ed è stata arrestata mentre tentava anche lei di lasciare il Paese. 

Ciham Ali 15 anni, arrestata nel 2012

Alla fine del 2017, il governo ha deciso di espropriare una scuola islamica per cederla alle comunità locali e trasformarla quindi in scuola pubblica non confessionale: a seguito delle proteste, evento rarissimo in Eritrea, il novantenne preside della scuola è stato arrestato ed è successivamente morto in carcere, e circa 30 persone sono state uccise dalle forze di sicurezza. Nel 2001, alla fine dei combattimenti con l’Etiopia, i Ministri e altri membri del governo e della stampa che avevano espresso il loro dissenso alla guerra sono stati arrestati e sono ancora detenuti in località sconosciute. Due brevi tentativi di colpo di Stato, nel 2013 e 2015, sono stati repressi con fucilazioni e arresti arbitrari. 

I giovani in Eritrea si ritrovano in definitiva a vivere in un Paese fortemente repressivo e isolato, che non offre nessuna prospettiva se non il servizio militare indeterminato o il carcere. La situazione non è cambiata neanche dopo la firma dell’accordo di pace con l’Etiopia a settembre 2018, che ha formalmente messo fine alla guerra ma non ha cambiato il destino della popolazione eritrea. Non avendo più la scusa della minaccia della guerra per mantenere il servizio militare obbligatorio e indeterminato, Afwerki dovrebbe ora congedare i coscritti, promulgare la Costituzione e indire le elezioni, tutte opzioni non politicamente convenienti per il suo regime: i giovani e giovanissimi continuano quindi a scappare per evitare la coscrizione indefinita, che non è ancora stata abolita, e per sfuggire alla fortissima repressione perpetrata dal governo attraverso arresti, detenzioni arbitrarie, torture e il controllo totale della popolazione. 

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