Aimé Césaire e il colonialismo eterno

All’interno del movimento della Negritudine, Césaire fu sempre la penna più affilata. Nato nel 1913 in Martinica, isola caraibica delle piccole Antille, sviluppò le sue idee nel periodo francese con gli amici Sédar Senghor e Léon-Gontran Damas. Sempre in Francia conobbe André Breton che lo introdusse al surrealismo. Nel 1939 tornò in patria e scrisse “Cahier d’un retour aux pays natal”. Uno straordinario capolavoro; figlio dell’intreccio tra negritudine, surrealismo e lotta indipendentista.

Il motivo per cui ho iniziato a scrivere dei poeti della negritudine è la loro attualità. Questa corrente culturale invita a riflettere su un altro mondo possibile, dal punto di vista dello sfruttato. Non è semplicemente una questione di bianco o nero. Il concetto va allargato alla lotta di classe che è necessario rispolverare. Solo se gli sfruttati si coalizzano si potrà ottenere un mondo migliore. Lottare per una concreta globalizzazione antirazzista dei diritti umani è la strada per sconfiggere il colonialismo eterno.

Una fase fuori fase

In questi mesi di distopica umanità, la surrealtà ha spesso superato il realismo. Ma a quanto pare quella era solo la Fase 1. La fase 1 di un barile che contiene, nel suo già scavato doppiofondo, un doppiofondo del doppiofondo. Nelle ultime settimane si è aperto in Italia un paradossale dibattito sui diritti umani degli esseri umani (la ripetizione è voluta). Albus Silente diceva che le parole sono un mezzo per fare magie, ma i rappresentanti delle istituzioni del nostro Stato devono aver frequentato una scuola per maghi oscuri. Politici e media, infatti, usano le parole per fare fetecchie. La questione della regolarizzazione dei migranti è un classico esempio. STOP!!! Ci sono cascato anche io; ho appena usato una categorizzazione: “migranti”.

Un mezzo senza fine

Si sentono troppe categorizzazioni: migranti; colf; braccianti etc. Il punto è proprio questo. Partire da presupposti sbagliati porta a conclusioni sbagliate o comunque incomplete.

Facciamo un gioco insieme.

Se io ti chiedessi: “È giusto che Giovanni, Michele, Francesco (mettici il nome che vuoi) – essendo esseri umani – debbano avere il riconoscimento (perchè di riconoscimento si tratta e non di concessione) dei diritti umani?

Se la domanda fosse questa, il SI sarebbe scontato. Gli “addetti ai lavori” amano invece confondere le acque, mettere le persone dentro categorie. Lo fanno per poterle attaccare, stumentalizzare o comunque sfruttare più facilmente.

Il COVID-19 ha sottolineato, qualora ce ne fosse bisogno, che gli esseri umani sono considerati solo in base alla loro utilità come mezzi di produzione. Io credo invece, come preconizzava Kant, che le persone dovrebbero sempre essere il fine, mai il mezzo.

Eterno colonialismo culturale

Quando le persone diventano un mezzo anche il naturale riconoscimento dei diritti umani, si trasforma in una divina concessione dall’alto.

Magari a tempo, a cottimo, a sorteggio o da dare ad alcuni si e a altri no. Vediamo a chi tocca, ambarabàciccìcocò.

O forse il problema è un altro? Forse che la risposta alla domanda di prima non sarebbe così scontata se i nomi fossero stati Alì, Soumaila, Fatima o Ahmed?

Ed è proprio su questa domanda che sorge la necessità di parlare del futuro andando indietro di circa 70 anni. Il Discorso sul colonialismo di Aimé Césaire, pubblicato nel 1950, è un analisi spietata della mentalità del colonalismo culturale. La spiegazione di un sistema marcio nelle fondamenta.

Un sistema basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è il principale nemico proprio di quella classe di lavoratori che viene aizzata dalla classe borghese verso falsi nemici.

In questo periodo spazio e tempo si fondono e si confondono. Historia magistra vitae diceva Cicerone. Ma il lockdown ha seppellito il cadavere dell’istruzione (per semi-citare l’idolo della destra italiana, un criminale la cui effige è stata stampata recentemente su alcune mascherine). Quindi è d’uopo, trasmettere e commentare le parole di Césaire. In modo che si possano ripiantare semi di speranza per un futuro migliore.

L’Europa è indifendibile

Una civiltà che si dimostri incapace di risolvere i problemi che produce il suo stesso funzionamento è una civiltà in decadenza. Una civiltà che sceglie di chiudere gli occhi di fronte ai suoi problemi più impellenti è una civiltà ferita. Una civiltà che gioca con i propri principi è una civiltà moribonda. Fatto sta che la civiltà così detta «europea», la civiltà occidentale, così come si è costituita in due secoli di regime borghese è incapace di risolvere i due maggiori problemi generati dalla sua stessa esistenza: il problema del proletariato e il problema coloniale; che deferita alla sbarra della «ragione» come a quella della «coscienza», quella stessa Europa è incapace di giustificarsi; che, quanto più, si rifugia in una ipocrisia sempre più odiosa, tanto più diminuiscono le sue possibilità di ingannare.

L’Europa è indifendibile.

La civiltà europea è completamente indifendibile. Ha sempre sottomesso e sterminato, per interesse economico, tutto ciò che ha incontrato durante la sua espansione storica. Per difendere le sue disumane contraddizioni è sempre più spinta ad alimentarle. Forse per sua fortuna, Césaire è morto abbastanza presto (2008) per vedere le azioni indifendibili commesse dalle varie missioni: Sofia, Frontex, Irini e le cacce all’uomo degli aerei delatori. Césaire è morto abbastanza presto per sentire la Von der Leyen definire la Grecia “scudo dell’Europa”.

Il colonialismo eterno

Innanzitutto, bisognerebbe studiare come la colonizzazione lavora per decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio del termine, per degradarlo, per risvegliare i suoi istinti più nascosti come l’invidia, la violenza, l’odio razziale, il relativismo morale, e mostrare che ogni volta che in Vlet Nam una testa viene mozzata e un occhio cavato e che in Francia si accetti la cosa, una bambina violentata e che in Francia si accetti la cosa, un malgascio suppliziato e che in Francia si accetti la cosa, è un valore acquisito per il progresso della civiltà che diventa peso morto per la stessa civiltà.

Una regressione universale che ha luogo, una cancrena che si sviluppa, un focolaio infettivo che si estende, e che in fondo a tutti quei trattati violati, a tutte quelle menzogne divulgate, a tutte quelle spedizioni punitive tollerate, a tutti quei prigionieri costretti con legacci e «interrogatori», a tutti quei patrioti torturati, in fondo a quell’orgoglio razziale incoraggiato, a quella iattanza esibita, c’è il veleno istillato nelle vene dell’Europa e il progresso lento ma sicuro dell’inselvatichimento del continente.

E così, un bel giorno, la borghesia viene svegliata da un formidabile contraccolpo: le gestapo si danno da fare, le prigioni si riempiono, i torturatori inventano, rifiniscono, discutono intorno ai cavalletti.

Ci si stupisce, ci si indigna. Si dice: «Come è curioso! Mah! È il nazismo, passerà!». E si aspetta, si spera; si nasconde a se stessi la verità che è una barbarie, la barbarie suprema, quella che corona, quella che riassume la quotidianità delle barbarle; che è il nazismo, si capisce, ma che prima di esserne stato vittima se ne è stato complice. Che lo si è sopportato — quel nazismo — prima di subirlo, lo si è assolto, lo si è svisto e legittimato perché finora era stato applicato ai soli popoli non europei; che quel nazismo lo si è coltivato, e se ne è responsabili, e che esso assorda, perfora, pervade goccia a goccia, prima di inglobare nelle sue acque rosse di tutti i crimini della civiltà occidentale e cristiana.

Cosa possiamo fare?

Parole abbaglianti, come un raggio di luce che colpisce un occhio abituato al buio. Parole che non andrebbero neppure commentate. Solo lette, rilette, registrate e riascoltate. Stiamo coltivando la cultura del nazifascismo per proteggere una classe borghese dominante che ci mette in contrasto.

La malaerba non muore mai ma è dovere di ogni attivista agire da buon contadino. Estirparla questa gramigna, ogni giorno, instancabilmente. Perchè solo così può crescere sana, forte e secolare come un baobab, la pianta concreta dei diritti umani. Una pianta che se lasciata crescere darà abbastanza ombra per riparare tutti senza distinzioni. Una pianta abbastanza forte che darà fiori così meravigliosi da far sbocciare la bellezza in tutti gli animi umani, senza distinzioni. Una pianta così bella che potrà far filtrare il sole rosso della primavera dell’avvenire.

Di Césaire e del suo “Discorso sul colonialismo” si potrebbe scrivere infinitamente. Potrei commentare altri passaggi, sul pedantismo cattolico, sullo sfruttamento della terra per fini economici contrari all’umanità, sull’ipocrita demagogia dei falsi difensori della razza umana. Forse lo farò. Nel frattempo facciamoci alcune domande: “Voglio essere un estirpatore della gramigna colonialista? Voglio essere un attivista? Voglio, in sostanza, essere un partigiano dell’umanità?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

2 × 5 =