Léopold Sédar Senghor. La Negritudine

Léopold Sédar Senghor

Quando guardo il Senegal da google maps mi appare il viso di una donna. Una bellissima donna dall’espressione forte, tenace e materna. Una donna con il naso a Dakar, e il Gambia a dividere le labbra salate.

Una donna che affida alle onde dell’Atlantico il suo richiamo per i figli deportati; un canto donato al vento per sovrastare gli incubi di coloro strappati troppo presto alla loro madre.

Colui che non sarà mai umiliato

Senghor non aveva google maps ma percepiva nel vento e nelle sincopi delle nenie dei GRIOT, il canto di questa grande madre. Un canto che lo ha accompagnato per tutta la vita, anche all’ombra di un padre padrone e violentatore. Un padre che a cavallo tra ‘800 e ‘900 aveva mostrato al mondo il proprio fallo d’acciaio di 300 metri. Celebrando così una presunta virilità patriarcale e colonizzatrice.

Fu proprio negli anni tra le due guerre, quando l’imperialismo francese in Africa raggiunse la massima estensione, che “colui che non sarà mai umiliato” (è questo il significato del suo nome di protezione: Sédar) completò gli studi alla Sorbona e diventò il primo nero a insegnare francese in Francia.

Gli anni tra il ’30 e il ’39 furono anni di ebbrezza per il Nuovo Negro in Francia. Muniti delle armi miracolose della scrittura automatica, scagliavamo zagaglie avvelenate e coltelli da lancio a sette lame, facevamo saltare tutti i vulcani d’Etiopia e seppellivamo, il giorno dell’Ascensione, tutti i santi sotto la pioggia di fuoco del nostro rancore .”

La Negritudine

Negli anni parigini, insieme a Aime Césaire e Léon Gontran, fondò il movimento della “Negritudine”.

La Negritudine fu un movimento di Resistenza culturale. La cultura francese dell’epoca pretendeva infatti un’assimilazione degli africani ai valori e alle tradizioni francesi.

È una storia antica ma purtroppo moderna. Lo straniero si può accettare solo se perfettamente integrato. Ma l’integrazione deve essere unidirezionale, e se c’è da scegliere i valori a cui assoggettare e appiattire l’identità, allora devono essere quelli dell’uomo bianco, del più ricco, dell’imperialista.

Ancora oggi troppo spesso sentiamo parlare di Africa come se fosse una cosa sola. Un unico continente, una sola identità. Questo atteggiamento è dovuto al modo occidentocentrico di categorizzare ciò che non vogliamo capire. Il continente africano è stato per secoli schiavizzato e poi neocolonizzato. Gli Europei l’hanno sempre considerato il “giardino di casa”. Quello che succede con la dottrina Monroe tra USA e Sud America. Quello che anche in Italia è successo con la colonizzazione operata dai sabaudi nel Sud.

Tornando all’Africa possiamo affermare che i paesi ricchi del mondo si sono sempre occupati anche troppo di “aiutare” gli stati africani. Per gli usurpatori, l’Africa è sempre stato un continente da aiutare a casa loro, ma a cassa propria. Massacri e violazioni da sempre giustificate con il concetto di “destino manifesto” e “popolo eletto”; maledizione che da secoli accomuna gli imperialisti di ogni latitudine.

Il sostegno di Sartre

Proprio per questo ritengo sia importante, quasi 100 anni dopo, parlare ancora di Negritudine.

Gli impulsi da cui mosse quella corrente culturale sono ancora presenti e anzi ancor più estese.

Nell’Orfeo Nero, l’introduzione di Jean Paul Sartre a l’ “Antologia della nuova poesia negra e malgascia di lingua francese” – il manifesto letterario e politico della “Negritudine”, curato dallo stesso Senghor e pubblicato nel 1948 – il filosofo francese trovò le parole giuste per spiegare la necessità del movimento.

[…] “Ma poiché il disprezzo interessato che i bianchi mostrano per i neri cerca di ferire questi ultimi nel profondo del cuore, occorre che i neri oppongano loro una visione più giusta della soggettività nera, dei loro sentimenti e pensieri, insomma della negritudine.” […]

Jean-Paul Sartre

Le lion rouge

Senghor fu il primo presidente del Senegal dopo l’indipendenza dalla Francia (1960). In continuità con la sua poetica, scrisse uno degli inni nazionali più belli del mondo. Nei suoi versi si possono riconoscere gli elementi del socialismo africano, alla base di quel rinascimento culturale e democratico del continente. Un processo ancora oggi osteggiato dal capitalismo disumano e dal neoliberismo. Un inno alla pace da raggiungere attraerso l’amore per l’arte. Un inno inclusivo che contiene versi superbi, tra cui il mio preferito è:

“La spada la metteremo nella pace del fodero, Perché il nostro lavoro sara la nostra arma e la parola”.

Pizzicate tutti le vostre kora…

Pizzicate tutti le vostre kora, battete i vostri balafon

Il leone rosso ha ruggito.

Il domatore della savana

Di un balzo s’è slanciato

Dissipando le tenebre.

Sole sulle nostre paure, sole sulla nostra speranza.

In piedi, fratelli, ecco l’Africa riunita!

Fibre del mio cuore verde

spalla contro spalla, miei più che fratelli.

O Senegalesi, alzatevi!

Uniamo il mare e le sorgenti, uniamo la steppa e la foresta.

Ti saluto Africa, Africa madre.

Senegal, tu figlio della spuma del leone,

Tu sorto dalla notte al galoppo dei cavalli,

Rendici, oh! Rendici l’onore dei nostri antenati

Splendidi come l’ebano e forti come il muscolo!

Diciamo diritti – la spada non ha una sbavatura

Senegal, facciamo nostro il tuo grande disegno:

Riunire i pulcini al riparo dei nibbi

Per farne, dall’est ad ovest, dal nord al sud,

Ritti, uno stesso popolo, un popolo senza divisioni,

Ma un popolo volto verso tutti i venti del mondo

Senegal, come te, come tutti i nostri eroi,

Saremo duri, senza odio e con le braccia aperte,

La spada, la metteremo nella pace del fodero,

Perché il nostro lavoro sarà la nostra arma e la parola.

Il bantu è un fratello, come l’arabo e il bianco.

Ma se il nemico incendia le nostre frontiere

Stiamo tutti eretti con le armi in pugno:

Un popolo nella sua fede sfidando tutte le sventure;

I giovani e i vecchi, gli uomini e le donne.

La morte, sì! Noi diciamo la morte, ma non il disonore.

Lèopold Sèdar Senghor

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