Quando l’acqua è più sicura della terra

«Nessuno lascia la propria casa,                                                                                                             

a meno che casa non sia la bocca di uno squalo                                                                                                 

  […]                                                                                                                                              

nessuno affida i propri bambini ad una barca,                                                                                            

a meno che l’acqua non sia più sicura della terra»

Questi, alcuni frammenti di una delle poesie più famose della poetessa kenyota Warsan Shire, che con una disarmante semplicità ci fanno comprendere che quando tutto crolla e non si ha più niente da perdere, si è pronti a rischiare tutto per fuggire dalla propria casa.

E’ quello che accade a molti migranti ed a tutte le persone mosse dalla ricerca di una vita diversa dalla propria, le quali accettando i rischi che il “Grande Viaggio” comporta, scappano, lasciando tutto ciò che hanno, con il solo desiderio di fuggire dalla propria “terra” e con la speranza di migliorare la propria vita. É quando, infatti, non si ha più niente da perdere, che l’unica soluzione è scappare: e se riesci a scappare, nella maggioranza dei casi arrivi in Libia.

E’ quello che è accaduto a Moussa, uno dei meravigliosi ragazzi che JLP ha avuto la fortuna di conoscere. Il suo desiderio non è diverso da quello di molti altri suoi coetani; è semplicemente quello di realizzare i propri sogni, ma per far ciò Moussa deve raggiungere una meta difficile: l’Europa.

Moussa ha solo 20 anni, è eritreo e quando decide di lasciare la sua terra, lo fa perché non vede più speranze attorno a lui, alcuna possibilità di miglioramento per sé stesso, la sua famiglia e in particolare per la sua amata mamma. Vuole fuggire da un Paese dove vige il servizio di leva obbligatoria, un sistema che in realtà si qualifica come lavoro forzato. Per tali ragioni, un giorno, benchè così giovane, decide di iniziare il suo viaggio: immaginava che non sarebbe stato facile e che questo gli avrebbe richiesto molta fatica, ma non pensava potesse trasformarsi, così velocemente, nel suo prossimo incubo.

Moussa è costretto a camminare tanto, troppo, ma riesce comunque ad arrivare in Libia. La Libia, per circa un intero anno, diventerà la sua prigione. Inizialmente, arriva nel terribile campo di detenzione di Tarek al Matar, ci starà alcuni mesi fino a quando, un giorno di settembre del 2018, dopo un attacco armato, viene spostato in un altro lager, quello di Zintan.

A Zintan, in cui fu nuovamente imprigionato insieme ad altre cinquecento persone, rischia di essere vittima di un’epidemia di tubercolosi (TBC), durante la quale Moussa vede morire molte persone, fra le quali il suo migliore amico d’infanzia. Moussa corre il rischio di non farcela in particolare a causa delle gravi condizioni igieniche del luogo in cui si trova. Inoltre, il cibo gli viene dato solo una volta al giorno e sempre lo stesso: una ciotola di pasta al sale, la quale doveva essere divisa tra due persone (a volte nel campo di detenzione di Zitan, per giorni, non viene consegnato cibo) e solo un bicchiere di acqua al giorno. Senza proteine, acqua, medicine e cibo il corpo si consuma da solo.

Moussa, per le gravi condizioni in cui viveva nel lager di Zitan, un giorno di maggio del 2019, decide di fuggire e lo fa evitando i colpi di fucile delle guardie libiche. Fugge perché non vuole morire. Lo deve fare per sé stesso, la sua famiglia e per tutti gli amici che non ce l’hanno fatta o sono rimasti indietro.

Grazie all’aiuto di alcuni attivisti, Moussa trova rifugio a Tripoli, ma pochi giorni dopo, una bomba colpisce la casa nella quale viveva e il giovane ragazzo eritreo si ritrova di nuovo solo.                                                                                                    

Disperato e senza più nulla da perdere, decide allora di rischiare tutto e affrontare il mare. Dopo 38 ore su un gommone, finalmente Moussa arriva a Malta nel luglio del 2019.

Moussa, dopo aver affrontato un viaggio infernale e dopo essere stato privato per circa un intero anno dei fondamentali diritti che dovrebbero essere riconosciuti in capo ad ogni essere umano, ce l’ha fatta.

JLP conosce Moussa da marzo 2019 e ha vissuto con lui i momenti più tragici. Come collettivo cerchiamo di essere sempre presenti per Moussa e il nostro obiettivo è quello di trovare lui assistenza legale e offrirgli eventuali possibilità di lavoro e studio. Attualmente, attraverso alcune nostre collaborazioni, abbiamo messo in contatto Moussa con una organizzazione presente sul territorio maltese che riesce a garantire lui lezioni di inglese.

Moussa è un bravissimo ragazzo, educato, gentile e con il desiderio di migliorare la sua vita con tutte le sue forze. Il suo scopo è trovare un lavoro che gli permetta di guadagnare un po’ di soldi, in modo che possa iniziare a costruirsi così la propria strada per il futuro. Il suo sogno è semplicemente quello di studiare e cercare di migliorare il suo inglese, così da poter raggiungere un giorno Londra e iniziare a giocare a calcio e diventare un bravo e famoso giocatore.

Moussa per noi, come molti altri, rappresenta la forza della vita contro la paura della morte. Moussa non si è mai arreso durante il suo viaggio anche sapendo di andare incontro a gravi pericoli.                                       

Oggi, grazie alla sua tenacia e la sua voglia di non mollare mai, ha lasciato quella sua casa tanto amata che era “come la bocca di uno squalo”, per trovare una terra più sicura dell’acqua.

Un pensiero riguardo “Quando l’acqua è più sicura della terra

  • 22 Febbraio 2020 in 15:38
    Permalink

    Una storia che colpisce e che non ci può lasciare indifferenti

    Risposta

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