Richard Wright – Ragazzo Negro. Usa e Italia, ieri e oggi.

Ragazzo negro. Usa e Italia, ieri e oggi.

Quanto era difficile essere un cittadino afrodiscendente nel Mississippi degli anni 20′ del 900?

Quanto può essere difficile essere un/una migrante o un italiana/o afrodiscendente, in Italia, negli anni 20 del 2000?

Prima di parlare del romanzo “Ragazzo Negro” di Richard Wright – inquadrato nel periodo storico e nel fermento culturale della “Negritudine” – voglio spiegare perchè ho iniziato con le due domande di cui sopra.

Sembrano domande provocatorie, scollegate e poco attinenti ma c’è una linea che collega, nello spazio e nel tempo, questi punti interrogativi. Potremmo parlare di una “Linea del colore” – per citare il romanzo della scrittrice Igiaba Scego – perchè il colore, la pigmentazione della pelle, per molti continua ad essere un problema.

Forse ci concentriamo sul colore sbagliato. Bianco? Nero? Concentriamoci sul rosso. È il rosso l’unico colore che conta. Il rosso del sangue che Cucchi, Aldrovandi, Carlo Giuliani e George Floyd hanno lasciato sull’asfalto, sulle scale, sul manganello di qualche “tutore della legge”.

Qualcuno che, a sua volta, ha il sangue rosso. Qualcuno che, a sua volta, è schiavo convinto e colpevolmente inconsapevole di un sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un sistema capitalista che costruisce bestie e disumanizza gli umani. Rosso. Rosso come il sangue di Soumaila Sacko, Ahmed Ali Giama, Jerry Maslo, Becky Moses, Samb Modou, Diop Mor e, notizia delle ultime ore, Adnan Siddique. L’elenco è incompleto e in continuo aggiornamento.

Senz’altra colpa che il colore della pelle

Tornando all’autore di oggi, e alla domanda che apre il pezzo, la risposta è tutta nel sottotitolo del romanzo autobiografico: “Senz’altra colpa che il colore della pelle”.

Ragazzo negro è letteratura di protesta sotto forma di romanzo. Così come “Il discorso sul colonialismo” di Aimé Césaire è una mitraglia di caratteri sparata dritta sulla faccia falsamente pulita del suprematismo bianco, il romanzo di Wright è una porta d’accesso alla realtà di una vita cruda. Lo scrittore racconta le sue lotte, iniziate troppo presto e combattute fino alla morte (1960). Una vita resa difficile dal colonialismo di fatto e di diritto, dalle privazioni, dalla fame e dalla segregazione istituzionale e culturale. Nonostante queste premesse, Richard Wright è riuscito, quasi da autodidatta, a realizzare il sogno di diventare uno scrittore. I libri lo hanno salvato, facendo fiorire un artista che ritengo straordinario.

Parafrasando De Andrè, Wright è un fiore nato dal letame, accanto a sterili e oppressivi diamanti. Un letame che ti investe acre e forte con il suo odore di sangue, fango, ineluttabilità ma anche sogno, orgoglio e fierezza.

Un uomo cercherà di esprimere il suo rapporto con le stelle, ma quando la coscienza d’un uomo è fissata sull’ottenere una pagnotta di pane, quella pagnotta di pane diventerà importante quanto le stelle.”

Richard Wright – Ragazzo Negro

Ragazzo Negro

Molto spesso, da bianco privilegiato, nato nella parte fortunata del mondo, ho cercato di comprendere come ci si può sentire a temere di uscire di casa ed essere picchiato o ammazzato per il colore della pelle.

Non lo capirò mai, è ovvio, posso solo ascoltare e rispettare le parole e i racconti dei neri italiani e di ogni parte del mondo. Tuttavia Wright è riuscito spesso, nel suo romanzo, a portare a spasso il mio cuore. Lo ha portato a fargli fare un giro nella vita di un “Ragazzo Negro”; da spettatore certo, ma guardando la realtà dal suo punto di vista.

“Può darsi che la mia lentezza nel sentire la gente bianca come <<bianca>> derivasse dal fatto che molti dei miei parenti avevano l’aspetto <<bianco>>. La nonna che era bianca come una qualsiasi <<bianca>>, non mi era mai parsa <<bianca>>. E quando tra la gente bianca del vicinato circolava la voce che un ragazzo <<negro>> era stato duramente picchiato da un uomo <<bianco>>, sentivo che l’uomo <<bianco>> doveva aver avuto il diritto di picchiare il ragazzo <<negro>>, poichè ingenuamente immaginavo che l’uomo <<bianco>> doveva essere il padre del ragazzo <<negro>>. E forse che tutti i padri non avevano, come mio padre, il diritto di picchiare i loro bambini? Per la mia comprensione il diritto paterno era l’unico diritto che un uomo potesse avere per picchiare un fanciullo. Ma quando la mamma mi disse che l’uomo <<bianco>> non era il padre del ragazzo <<negro>>, che non gli era nemmeno parente, rimasi imbarazzato.

Richard Wright – Ragazzo Negro

Attivismo sempre

“Ragazzo Negro” è stato pubblicato per la prima volta nel 1945. Wright, morto a Parigi nel 1960 e sepolto nel cimitero degli artisti a Père-Lachaise, ha dedicato la sua vita di scrittore e attivista politico affinché i muri della segregazione e della categorizzazione – istituzionale e culturale – fossero abbattuti. Sarebbe facile pensare che la realtà di oggi lo deluderebbe. Ma io ho una speranza. Spero che le manifestazioni iniziate dopo l’omicidio di George Floyd aprano una stagione concreta di battaglie. Una stagione che, come dice Espérance Ripanti – la scrittrice di “E poi basta. Manifesto di una donna nera italiana” – continui anche quando gli echi della morte di Floyd si saranno spenti.

[…]Io ero un non-uomo, un qualcosa che sapeva vagamente di essere umano, ma che sentiva di non esserlo. Man mano che il tempo mi allontanava da quell’esperienza non provavo più odio per quegli uomini che mi avevano cacciato dal mio posto. Non mi apparivano più come individui, ma come parte d’un immenso, implacabile disegno elementare verso il quale l’odio era futile. Ciò che provavo era un’impazienza d’attaccare. Ma come? E sapendo che non v’era modo di combattere contro questa cosa mi sentivo doppiamente reietto.[…]Non volevo saperne di parlare ad alcuno dei miei affari, poichè sapevo che avrei udito soltanto una giustificazione dei sistemi dei bianchi, e non volevo. Vivevo portando un’immensa ferita, aperta, ulcerata, e mi ritraevo quando capitavo vicino a qualcosa che pensavo me l’avrebbe toccata.

Ragazzo Negro – Richard Wright

Il razzismo è multiforme

All’inizio di questo pezzo mi chiedevo: “Quanto può essere difficile essere un migrante o un italian* afrodiscendente negli anni 20 del 2000?”

La risposta ce la stanno dando i protagonisti della domanda stessa. Basta saperli e volerli ascoltare.

Per farlo bisogna partire da un presupposto; in Italia il razzismo esiste ed è sistemico.

È un razzismo multiforme, che non veste le tuniche del KKK, ma esiste ed è un problema.

Dire che in Italia non c’è il razzismo è come dire che la mafia non esiste. Che i mafiosi sono quelli con coppola in testa e lupara a tracolla. È come dire che le mafie sono un problema solo di Palermo, Napoli o Reggio Calabria. È come dire che mafia, ndrangheta e camorra, non sono organizzazioni criminali ma solo un retaggio della tradizione barbara di popoli inferiori e passati (contro il Sud questa cosa ha sempre una doppia utilità).

Negare è un modo come un altro per evitare una lotta che invece è impellente. La traduzione letterale della frase che alcuni politici affermano: “In Italia il razzismo non esiste” è “In Italia il razzismo conviene”.

Conviene alla propaganda politica, che dalla legge Martelli (1990) in poi ha derubricato una sfida evolutiva, quella dell’integrazione, sotto la voce “sicurezza”. Questo spirito da restaurazione del 1815 è un dramma storico oltre che un modo stupido d’agire. È come pretendere che un ragazzo di 15 – 20 anni indossi ancora le scarpe numero 16 che aveva alla nascita.

Il razzismo conviene al colonialismo schiavista e capitalista che si arricchisce con i profitti della disumanizzazione e della categorizzazione. Caporali con cui il legislatore è in qualche modo connivente. Nella recente “regolarizzazione”, infatti, è prevista la possibilità di emergere dal lavoro nero solo per le categorie di lavori che “servono”. Un modo come un altro per chiedere braccia, non persone. Ne abbiamo parlato in questa diretta con Arturo Salerni e Diletta Bellotti.

Ebbene è arrivato il momento di dire che queste scarpe ci stanno strette. Che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla terra, sugli animali, sul pianeta che ci circonda produce solo sconfitti. Nessuno vince.

E a chi dice #PRIMAGLIITALIANI rispondo che pensare di ottenere vantaggi dalla disumanizzazione di un altro essere umano, è come pensare di ripararsi dalla stagione delle pioggie sotto un ombrellino da cocktail.

[…]”Sono negro e ho visto mani nere levate a pugno in segno di rivolta, accanto ai pugni bianchi dei lavoratori bianchi, e un giorno – e solo questo mi incoraggia a vivere – un giorno ve ne saranno milioni e milioni, un giorno scarlatto in uno scoppio di pugna serrate davanti a un orizzonte nuovo!”

Richard Wright – Ho visto mani nere…

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