Senghor e la negritudine (seconda parte)

Senghor e la negritudine.

È un compito arduo e indegno riuscire a condensare in un paio di articoli (il primo è qui) la vastità della poetica di Lèopold Sèdar Senghor. Altrettanto insufficiente sarà aprofondire la negritudine – come faremo nei prossimi appuntamenti – solo con i contributi dialogici e i testi di Aimé Césaire e Léon-Gontran Damas.

Per questo vi invito a leggere, interiorizzare e sviluppare riflessioni sul tema – magari commentando e sfruttando questo spazio – con le poesie, i dibattiti e le critiche che questo vento ha propagato. Un vento che ha dato un passaggio ai semi del razzismo antirazzista – come lo definì Sartre – permettendoci, ancora oggi, di coglierne i frutti.

A tal proposito mi permetto di suggerirvi alcuni scrittori degni di nota: David Diop, Birago Diop, Rabearivelo, Guy Tirolien, Véronique Tadjo, Amadou Hampâté Bâ e il Nobel per la letteratura del 1986 Wole Soyinka. Tra i poeti che hanno ereditato e seguono le orme di questi giganti, vi consiglio di seguire Cheick Tidiane Gaye.

Da poeta che sono, nero e africano, rivendico la mia Negritudine e nello stesso tempo la mia italianità, la terra che mi ospita e mi accoglie, una terra in cui scopro ogni giorno i sapori, gli odori e anche la complessità.

Cheick Tidiane Gaye

Radici e frutti

La negritudine è come un baobab che svetta enorme in mezzo a una vallata a perdita d’occhio. Un baobab che proietta una lunghissima ombra e con delle radici altrettanto viscerali.

Le radici della negritudine affondano nei valori spirituali, artistici e filosofici degli africani e degli afrodiscendenti.

L’atteggiamento dell’uomo bianco verso l’uomo nero è molto simile a quello che ha il capitalismo rispetto all’autonomia e la capacità di reazione delle risorse naturali; tende cioè a sottovalutarli. L’ego dell’imperialista non prende in considerazione l’essenza di ogni singolo soggetto; che sia umano, animale o vegetale. Questo perchè lo sfruttatore ragiona sul concetto di utilità e sacrificabilità. Tutto è asservito a mezzo di produzione e arricchimento economico. Se mi permetti una digressione, lo stesso sta succedendo nel caso dell’epidemia di COVID-19. Gli stati occidentali stanno progettando le riaperture in funzione di un sistema economico malato, censendo gli esseri umani in base alla loro utilità produttiva.

L’avidità e la presunzione sono direttamente proporzionali alla cecità. Un sistema così convinto nel perseguire la propria strada, preferisce sbattere contro un muro anziché notare la realtà.

La negritudine è stata (e a mio modo di vedere è ancora) uno degli innumerevoli tentativi di frenare; un copilota che cerca di prendere in mano il volante. Molti diranno che tentare è inutile, tuttavia questo non è un valido motivo per non farlo.

Caro fratello bianco

La negritudine può insegnarci molto anche uscendo dalla dicotomia bianco-nero. Hai mai riflettuto su quanto possa essere falsa e untuosa, l’espressione “persona di colore”? Cosa significherà poi? Io sono su questo mondo malato da 32 anni e non ho mai visto una persona trasparente, tranne forse in Indiana Jones e i teschi di cristallo.

“Caro fratello bianco,
Quando sono nato ero nero,
Quando sono cresciuto ero nero,
Quando sto al sole, sono nero,
Quando sono malato, sono nero,
Quando morirò, io sono nero.
Mentre tu, uomo bianco
Quando sei nato tu eri rosa,
Quando sei cresciuto, eri bianco,
Quando vai al sole sei rosso,
Quando hai freddo sei blu
Quando hai paura, sei verde,
Quando sei malato, sei giallo,
Quando si muore, sarai grigio.
E allora,tra noi due,
Chi è l’uomo di colore? ”

Léopold Senghor

Senghor guarda nel profondo della sua anima. Usa la lingua del colonizzatore come strumento unitario contro il colonizzatore stesso. Questo viaggio lo porta a esprimere in prosa l’orgoglio di essere nero, delle proprie radici e del contributo che queste hanno dato al mondo.

Un esilio dall’esilio che è una chiamata a raccolta di tutti i fratelli africani. La consapevolezza di essere un individuo con il proprio io che non è quello voluto dal colonizzatore francese. Un rifiuto di assoggettarsi allo stereotipo. Per questo motivo fu la base culturale dei moti indipendentisti e del panafricanismo socialista di derivazione trockijana. Gli oppressi di ogni colore, religione, latitudine devono avere consapevolezza del loro stato per poter rompere il giogo dell’oppressore.

“Quando gli schiavi si mettono insieme comincia l’uscita dalla schiavitù”

M.L. King

Il paradosso della cristianità

E’ interessante anche notare come colui che sarebbe stato il primo presidente cristiano, in un paese al 95% musulmano, dissacra il cristianesimo.

Le poesie della negritudine mettono a nudo il paradosso, il vizio di fondo, di una cristianità usata troppo spesso per benedire massacri. Uno strumento in più per reprimere e disumanizzare l’essenza dei neri e in generale degli oppressi in tutto il mondo. Un paradosso se pensiamo che gli insegnamenti socialisti di Gesù Cristo, sono contrari allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Come abbiamo già detto in queste pagine virtuali poesia significa fare. La negritudine disfa per fare.

Ricostruisce consapevolezza e orgoglio. Un orgoglio per l’identità in cui tutti coloro che lottano per un mondo più umano – contro mulini a vento freddi, asettici e mossi solo da un fiume inquinato di denaro e potere – possono riconoscersi.

Per questo la negritudine di Senghor è anche la mia negritudine. Per questo m’intenerisco anche io per le rose di Capo Verde; anche se le mie profumano di zagara e bergamotto.

La mia Negritudine

La mia Negritudine non è affatto sonno della razza ma sole dell’anima,

la mia negritudine vista e vita.

La mia Negritudine è la cazzuola, è la lancia in pugno

Il bastone reale del messaggero.

Non è questione di bere, mangiare l’attimo fuggente.

Pazienza se m’inteneriscono le rose di Capo Verde!

Il mio compito è svegliare il popolo al futuro albero corallo

La mia gioia creare immagini per nutrirlo, o luci ritmate dalla parola!

Léopold Sédar Senghor

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