UNHCR nega il cibo ai rifugiati per indurli a lasciare il proprio centro a Tripoli

Da settimane, UNHCR nega il cibo ai richiedenti asilo nel GDF (Gathering and Departure Facility), il suo centro di Tripoli, per spingerli a lasciare la struttura.

La notizia proviene da più fonti ed è stata confermata a JLP da alcuni rifugiati che si trovano nel GDF. Sono colpiti in particolare i gruppi di rifugiati che erano entrati nel GDF “per conto proprio”, ossia vincendo le resistenze di UNHCR, che voleva lasciarli fuori dalla struttura. Il gruppo dei sopravvissuti al bombardamento di Tajoura era entrato nel GDF in questo modo a luglio, dopo aver raggiunto il GDF a piedi e senza aiuti da parte di UNHCR. Dalla prigione di Abu Salim erano invece arrivate in ottobre circa 400 persone, di cui circa 100 minori (secondo l’IOM).

I rifugiati riportano anche che alcuni malati di tubercolosi non ricevono medicine, e che anche ad alcuni malati viene negato il cibo. Queste azioni non possono che esacerbare le condizioni igienico-sanitarie già pessime del sovraffollato centro di UNHCR.

UNCHR non ha smentito le accuse di star prendendo i rifugiati per fame. Il portavoce Charlie Yaxley, in un tweet, ha sottolineato che “ai rifugiati non viene negato il cibo senza fornire altre opzioni”, riconoscendo quindi che la negazione del cibo è una realtà. Le “altre opzioni” menzionate da Yaxley si riducono in realtà ad una sola: andarsene. UNCHR offre infatti circa 280€ a persona per entrare nel cosiddetto “urban scheme”, che implica restare registrati con UNCHR ma vivendo fuori dal GDF, a Tripoli. In breve, il messaggio di UNHCR è: “se volete mangiare, ve ne dovete andare”. Questo è anche ciò che i funzionari del GDF hanno esplicitamente detto ai rifugiati, annunciando inoltre che dal 1 gennaio UNCHR non fornirà più nessun tipo di cibo nella struttura.

Le rifugiate e i rifugiati sono terrorizzati dall’idea di trovarsi esposti ai trafficanti di esseri umani e alla guerra civile a Tripoli. UNHCR ha lasciato loro meno scelta possibile, annunciando che le richieste di ricollocamento non potranno più essere fatte dal GDF, ma solo aderendo all'”urban scheme”. Nonostante quello che si può definire un ricatto sui loro diritti, pochi ospiti del GDF hanno accettato di andarsene finora: Tripoli è un luogo altamente rischioso per i richiedenti asilo.

Il rischio è esacerbato dall’aggravarsi della guerra civile tra il generale Haftar, supportato dalla Russia di Putin, e le forze di Al Serraj, sostenuto dalla maggior parte dei Paesi occidentali e dalla Turchia. Il recente fallimento dei negoziati potrebbe portare, nelle parole dell’inviato ONU in Libia, a un potenziale “bagno di sangue” a Tripoli. La guerra è iniziata ad aprile 2019, quando Haftar ha lanciato un’offensiva, ancora in corso, su Tripoli, cercando di espugnare la roccaforte del governo d’accordo nazionale di Al Serraj.

Perché UNHCR, l’agenzia ONU nata per proteggere i rifugiati, giunge a negare loro cibo e medicine pur di mandarli via dal proprio centro?

Il GDF, inaugurato circa un anno fa, nelle intenzioni di UNHCR doveva essere solamente un canale di passaggio per i richiedenti asilo selezionati per il ricollocamento. Nel tempo, però, è diventato praticamente un centro di detenzione, dove i migranti sono bloccati per mesi in un limbo legale all’interno di stanze sovraffollate.

UNHCR è finita al centro di accuse di corruzione e di collusione con alcuni dei trafficanti di esseri umani che gestiscono i cd. centri di detenzione dove sono rinchiusi i e le richiedenti asilo. In più occasioni, UNHCR ha inoltre ricevuto l’accusa di aver abbandonato richiedenti asilo altamente vulnerabili, escludendoli dal GDF e non evacuandoli dai cd. centri di detenzione.

Condizioni difficili, difficoltà di controllo del personale, mancanza di accesso ai cd. centri di detenzione: UNHCR non può, di fatto, assistere i rifugiati in Libia secondo il proprio mandato. Perché l’agenzia non lo ammette? La risposta va cercata nei finanziamenti all’organizzazione. Le politiche di UNHCR in Libia si allineano più con gli interessi e le politiche di esternalizzazione delle frontiere degli stati europei, che con i diritti dei rifugiati.

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