Il seminario forma gli operatori dei centri di accoglienza SAI e CAS su cosa hanno affrontato le persone arrivate da Libia e Tunisia.
Lo staff di JLProject gira l’Italia per confrontarsi con gli operatori dei centri di accoglienza ed organizza seminari formativi. Tutto è nato nel 2022 dall’iniziativa “Benaccoglienza” di Sarita, che ha visitato moltissimi ottimi centri SAI e li ha raccontati grazie anche alle testimonianze delle persone migranti che ci vivono. Gli operatori ci hanno chiesto spesso consigli per meglio comprendere i traumi e le esigenze delle persone arrivate dalla rotta libica. Così abbiamo iniziato a fare seminari e formazioni.
Gli operatori dei centri di accoglienza italiani sanno davvero cosa hanno affrontato le persone arrivate dalla rotta libica?
Lo scopo del seminario è mettere gli operatori dei centri di accoglienza italiani in condizione di poter rispondere «Sì. Adesso sì».

Il seminario è un’immersione intensiva nella rotta libica, soprattutto nel sistema di detenzione e sfruttamento di persone straniere gestito dal governo di Tripoli. Una realtà che verrà mostrata dall’interno, raccontata dal punto di vista di chi l’ha subita grazie all’ausilio di materiale audiovisivo originale e testimonianze raccolte.
Conoscere le tappe del viaggio affrontato dalle persone migranti aiuterà gli operatori ad individuare meglio i loro traumi.
L’incontro tra i due punti di vista – quello delle persone rifugiate e quello di chi ora li accoglie – sarà fondamentale. Le domande degli operatori e i casi da loro affrontati saranno parte integrante della discussione. Ciò li aiuterà, speriamo, a svolgere ancora meglio l’importante e meraviglioso lavoro che già fanno: introdurre le persone rifugiate ad una nuova vita. Una vita, finalmente, libera.
Premessa: la rotta libica viene raccontata poco e male
I media italiani hanno raccontato poco e male il sistema di detenzione e sfruttamento delle persone migranti in Libia. Lo hanno tratteggiato lasciando emergere parole forti ma vaghe – torture, stupri – da una nebbia indistinta. La maggior parte delle persone rifugiate arrivate nel nostro paese, annichilita dai traumi subiti, non racconta.
Gli psicologi e gli operatori dei centri di accoglienza vogliono capire, vogliono curare, hanno tante domande e nessuno che risponda. La vaghezza della vulgata (torture, stupri) non aiuta. Mancano tutti i dove, i quando. I perché.
«Il mio paziente non parla. Ha lo sguardo vuoto. Chissà cosa ha subito…»
Alcune domande, soprattutto quelle pratiche, sono importanti. Ecco un esempio:
«Perché molti rifugiati arrivati dalla rotta libica a volte odiano la pasta?»
Perché questa pastina scondita:


è il pasto giornaliero, l’unico, da dividere in 6 persone nel lager libico di Ain Zara (foto marzo 2022) o in 2 nel lager libico di Zintan (foto giugno 2019). Questi sono campi governativi ufficiali, gestiti dal Governo di Tripoli.
Per la maggior parte delle persone recluse nei lager libici la pasta è l’UNICO cibo, per mesi, per anni. Non c’è nulla di normale, nulla di “africano” in questo magro pasto: in Libia (come nel resto dell’Africa) non si mangia pasta e non si mangia con le mani da collettive ciotole poggiate in terra. Il ricordo di questo trattamento bestiale è uno dei molteplici traumi delle persone rifugiate. Uno di cui non sospettavamo l’esistenza.
Il seminario partirà da qui, dalla condivisione e dall’incontro di due punti di vista: quello dei rifugiati e quello di chi ora li accoglie. Le domande degli operatori e i casi che affrontano tutti i giorni saranno fondamentali per tutto il gruppo partecipante.
Di seguito, gli argomenti che verranno affrontati durante la formazione:
I TRAUMI DELLE PERSONE CHE ARRIVANO DALLA ROTTA LIBICA – quali sono e come individuarli.
Lo stupro, la tortura, il mare. Sono tre eventi traumatici, praticamente indelebili, tipici della rotta libica. Ma la lista, purtroppo, non si esaurisce qui.
Conoscere i vari campi di concentramento libici serve ad individuare meglio i traumi subiti dalle persone che sono state lì recluse. E’ utile, ad esempio, sapere che:
- Nel lager di Triq al Sikka, come a Tarek al Mattar e in altri, l’incubo era finire nella cella underground. Sotto terra, senza finestre, buia. Se ti chiudevano lì, potevi uscire dopo mesi, oppure mai più.
- A Tajoura la cella delle torture aveva una “sedia elettrica”: una sedia di metallo con degli elettrodi. La tortura in genere non era praticata per estorcere informazioni, veniva inflitta come punizione a chi diceva o faceva qualcosa di sgradito alle guardie (ad esempio a chi alzava la testa e/o parlava quando entravano l’ONU o la delegazione dei medici di MSF).
- Nel lager di Zintan avvenivano poche torture, ma il problema era la fame. I rifugiati venivano lasciati senza cibo anche per 6 giorni consecutivi. Molti si spegnevano lentamente, prima il fisico, poi la testa. Infine morivano. C’era anche una costante epidemia di TBC, tutti avevano il terrore di contagiarsi. La paura maggiore era addormentarsi e non svegliarsi più.
- Non c’è un lager libico in cui non avvengano stupri.
- In alcuni lager, ad esempio Sabaa, Trik al Sikka, Tajoura, gli uomini vengono separati dalle donne, i mariti dalle mogli, i padri dalle figlie. Un uomo si ritrova nell’impotenza di avere sua moglie o sua figlia al di là di un muro e di non poterla difendere.
- In alcuni lager viene imposto lavoro forzato, altri (Trik al Sikka, Tajoura) sono o sono stati un centro di reclutamento di schiavi soldato.
- Nei lager libici non ci sono letti, non ci sono sedie, si mangia e si vive per terra. Tutto, anche il punto di vista sul mondo, si abbassa.
- Chi era nel lager di Tajoura il 1 luglio 2019 è sopravvissuto al terribile bombardamento, si è ritrovato sotto le macerie, ha camminato tra i corpi smembrati dei suoi compagni, ha visto le guardie del campo sparare su chi tentava di uscire dalle hangar per mettersi in salvo.
Queste e TANTE altre informazioni sui vari lager libici servono a delineare il background dei rifugiati che stiamo assistendo, specialmente di quelli che faticano a raccontarsi. Un ventenne sudanese recluso a Tajoura nell’estate 2019, ad esempio, avrà probabilmente subito torture, reclutamento forzato in guerra, il trauma del bombardamento, visto compagni uccisi a colpi di fucile dalle guardie. Un minorenne recluso a Zintan avrà probabilmente sofferto la fame e visto morire decine di coetanei sul pavimento accanto a lui.
I lager dell’area di Tripoli
Raccontiamo e, soprattutto, vediamo (nei video, nelle foto) cosa sono i lager libici.
- L’architettura dei lager libici. Un elemento certamente non trascurabile.
- Da chi sono gestiti e controllati Pochissime guardie, tantissimi detenuti. Un rapporto anche di 1/100. Capiremo quali conseguenze comporta.
- la tortura
- Il cibo.
- Le condizioni igieniche e le epidemie.
- Telefoni cellulari. Dove non sono permessi e dove sì. E perché.
- Gli osservatori internazionali. Dove e come possono entrare.
Il lavoro forzato
La legge libica 19/2010 prevede la detenzione a tempo indeterminato con lavori forzati per gli immigrati clandestini. Viene applicata senza un regolare processo.
La legge considera reo di immigrazione clandestino sia chi entra, sia chi permane, sia chi esce dal paese. Quindi anche i migranti catturati in mare.
Quali lavori forzati fanno i migranti? Scoperchiamo il vaso di Pandora del sistema economico dei lager libici.
Le donne. La tratta si è fermata a Tripoli.
Tutti conoscono la “tratta” gestita dalla mafia nigeriana, ma pochi sanno che i libici si sono inseriti in questo business criminale.
Grazie alle testimonianze di donne vittime della tratta libica, possiamo tracciare un quadro molto preciso dello sfruttamento sessuale delle donne straniere in Libia e capire come questo sia ormai istituzionalizzato e nella pratica normato dalla legge 19/2010. I lager, ancora una volta, hanno un ruolo centrale.
Non dimentichiamo i figli di queste donne. Neonati e bambini spesso nati nei lager della Libia.
Il mare.
Come funziona il sistema dei viaggi per mare? Da chi è gestito? Conosciamo il termine “scafisti” e sappiamo che è gente senza scrupoli.
Ma sappiamo cosa prova, cosa vive, una persona che sceglie di affrontare il mare per fuggire dalla Libia?
Grazie alle testimonianze possiamo addentrarci nella realtà di due porti chiave per le partenze: Zwara e Khoms, con modalità molto diverse che impattano – entrambe – sull’anima di chi le subisce. Chi sceglie il mare spesso vive in questi porti per mesi, in totale balia degli scafisti. Racconteremo in quali condizioni, soprattutto psicologiche.
Racconteremo anche cosa avviene dentro il mare. Nei dettagli.
Due momenti bellissimi
Non temete: tra i tanti video e testimonianze presentati, ce n’è anche qualcuno bello. E due addirittura bellissimi! Fidatevi: saranno capaci di restituirci la speranza di poter cambiare le cose.

Aspetti organizzativi
Il seminario di formazione ha la durata di 4 ore.
E’ necessario uno schermo con entrata USB per proiettare video e fotografie.
Per informazioni scrivete a JLProjectETS@gmail.com


